Di Redazione PW83
-Codice Review fornito da Pirate PR
-Versione Testata: PlayStation 5
-Disponibile per: PlayStation 5, Xbox Series X|S, Nintendo Switch, PC
-Sviluppatore: Rock Square Thunder
-Publisher: Broken Mirror Games
Quando l’estetica da fumetto si scontra con la dura realtà di un design incerto
Nel vasto oceano delle produzioni indipendenti, il fascino di un’estetica ricercata può spesso fungere da sirena per i giocatori in cerca di qualcosa di diverso. I Hate This Place si presenta esattamente così: un titolo che cattura lo sguardo con i suoi colori acidi e le sue linee pesanti, promettendo di trasportare il giocatore all’interno delle tavole maledette del fumetto di Kyle Starks e Artyom Topilin. Tuttavia, una volta superata la barriera della curiosità visiva, ci si rende presto conto che l’opera di Rock Square Thunder è un guscio affascinante che nasconde un’anima ludica fragile e frammentata. Portare un’opera cartacea su console è una sfida che richiede non solo rispetto per il materiale originale, ma anche una profonda comprensione delle dinamiche di interazione. Purtroppo, in questo passaggio, qualcosa si è spezzato, lasciandoci tra le mani un prodotto che fatica a trovare una sua identità precisa tra il survival horror, lo stealth e l’azione pura.

Il problema principale di I Hate This Place non risiede in una mancanza di impegno, ma in una cronica incapacità di far dialogare tra loro le diverse meccaniche di gioco. La premessa narrativa ci trascina a Rutherford Ranch, un luogo dove il male sembra aver messo radici profonde, ma il modo in cui questa storia viene raccontata è quanto di più dispersivo si possa immaginare. Invece di costruire una tensione crescente attraverso l’esplorazione e il coinvolgimento emotivo, il gioco si affida a una sequenza di compiti ripetitivi che svuotano di significato il contesto del mondo. Elena, la protagonista, si muove in un ambiente che dovrebbe trasmettere terrore, ma che finisce per trasmettere solo una gran noia a causa di una struttura che non riesce mai a decollare. Il senso di urgenza che dovrebbe caratterizzare la fuga da un ranch infestato viene costantemente interrotto da necessità burocratiche di gioco che sembrano inserite solo per allungare il brodo.
Il ciclo giorno-notte è l’architrave su cui poggia l’intera esperienza, ma è proprio qui che emergono le prime, pesanti criticità. Durante il giorno, il titolo ci chiede di raccogliere risorse, riparare barricate e prepararci all’orrore imminente. È una fase che dovrebbe trasmettere quella frenesia tipica dei momenti che precedono un assedio, ma che si trasforma rapidamente in un simulatore di raccolta rifiuti. Il crafting è basilare, privo di guizzi inventivi e appesantito da un’interfaccia utente che su console risulta lenta e macchinosa. Spostarsi tra i menù con il controller è un’operazione che mette a dura prova la pazienza, ricordandoci costantemente che il gioco è nato con in mente la precisione del mouse e non è stato minimamente adattato per le levette analogiche. Cercare un oggetto specifico nell’inventario mentre il tempo scorre diventa una sfida contro il sistema di controllo più che contro gli elementi di gioco.

Quando scende l’oscurità, il gioco tenta la carta dello stealth basato sul rumore, un’idea che sulla carta è persino brillante ma che nella pratica si scontra con una realizzazione tecnica deficitaria. L’uso delle onomatopee visive per indicare i suoni è un omaggio estetico splendido, ma funzionalmente è un incubo. Le scritte grafiche che appaiono sullo schermo finiscono spesso per coprire elementi vitali del fondale o, peggio, nascondere la posizione esatta dei nemici. Invece di aiutarci a percepire il pericolo, la sovrapposizione di elementi grafici crea una confusione visiva che rende difficile muoversi con circospezione. A questo si aggiunge un’intelligenza artificiale dei nemici del tutto imprevedibile: a volte le creature ci ignorano anche se corriamo a pochi centimetri da loro, altre volte sembrano possedere poteri extrasensoriali capaci di individuarci attraverso pareti solide e ostacoli insormontabili.
Il combattimento è, purtroppo, l’anello debole di una catena già molto logora. La prospettiva isometrica, unita a un sistema di mira impreciso e afflitto da un leggero ma costante input lag, trasforma ogni scontro a fuoco in un momento di pura frustrazione. Non c’è soddisfazione nel colpire un nemico, non c’è una sensazione di peso o di impatto. Le armi sembrano giocattoli che sparano proiettili invisibili e il feedback visivo è così scarno da lasciarci spesso nel dubbio se abbiamo effettivamente centrato il bersaglio o meno. In un survival horror, il combattimento dovrebbe essere l’ultima, disperata risorsa, ma qui diventa un ostacolo tecnico che punisce il giocatore non per i suoi errori tattici, ma per i limiti del software stesso. Morire perché il personaggio si è incastrato in un angolo del fondale o perché la mira non ha risposto correttamente al comando è un’esperienza che mina alla base qualunque desiderio di proseguire.

La gestione delle statistiche vitali aggiunge un ulteriore strato di fastidio. Fame, sete e stanchezza sono meccaniche che dovrebbero aumentare il senso di vulnerabilità, ma in I Hate This Place sono tarate in modo così aggressivo da risultare ridicole. Elena sembra avere il metabolismo di un atleta olimpico in pieno sforzo costante; la necessità di mangiare e bere è così frequente che la ricerca di sostentamento finisce per occupare l’ottanta percento del tempo di gioco, mettendo in secondo piano la narrazione e l’atmosfera. Invece di preoccuparci dell’Uomo Cornuto o delle altre mostruosità che popolano il ranch, passiamo il tempo a fissare una barra della fame che scende con una velocità inspiegabile. È un design punitivo che non aggiunge profondità, ma agisce come un costante elemento di distrazione che spezza qualunque ritmo narrativo.
Dal punto di vista puramente estetico, il gioco mantiene una sua dignità, ma anche qui i limiti non tardano a manifestarsi. Se è vero che il tratto da graphic novel è inizialmente affascinante, la ripetitività degli asset ambientali rende l’esplorazione monotona. Gli interni delle abitazioni sono quasi tutti identici, i boschi sembrano composti dalle stesse tre o quattro rocce posizionate in modo diverso e la mancanza di una mappa interattiva rende la navigazione un calvario non necessario. Quello che dovrebbe essere un mondo da scoprire con timore diventa una serie di corridoi visivamente piatti, dove l’unica vera variazione è data dal cambio di saturazione dei colori tra il giorno e la notte. Su PlayStation 5 e Xbox Series X, inoltre, si avvertono cali di fluidità incomprensibili data la semplicità poligonale di ciò che viene visualizzato, segno di un’ottimizzazione che avrebbe richiesto molto più lavoro.

La narrazione, che dovrebbe essere il collante di tutto, soffre di una frammentazione eccessiva. Le note e i documenti che troviamo in giro per il ranch tentano di costruire un contesto del mondo interessante, ma falliscono nel creare un legame empatico con i personaggi. Elena rimane una figura bidimensionale, i cui traumi e motivazioni vengono appena accennati attraverso righe di testo che spesso si perdono nella confusione generale del gameplay. Non c’è quella scintilla di vita che rendeva il fumetto così speciale; qui tutto sembra un riempitivo in attesa della prossima fetch quest. Il senso di mistero viene presto sostituito dalla stanchezza di dover ripetere le stesse azioni in ambienti che non hanno nulla di nuovo da dire.
Un altro aspetto che lascia perplessi è il comparto sonoro. In un gioco che fa del silenzio e del rumore una meccanica centrale, ci si aspetterebbe un sound design di altissimo livello. Invece, I Hate This Place offre effetti sonori campionati in modo mediocre e una colonna sonora che scompare quasi subito nell’anonimato. La mancanza di una spazialità audio accurata rende ancora più difficile utilizzare l’orecchio come strumento di sopravvivenza, costringendo il giocatore a fare affidamento esclusivamente sulle onomatopee visive, con tutti i problemi di visibilità che abbiamo già analizzato. È una mancanza di cura che si avverte in ogni angolo della produzione, dando l’idea di un progetto che è stato lanciato sul mercato prima di essere davvero pronto.
Anche la gestione dei salvataggi e dei checkpoint sembra rimasta ferma a concetti punitivi che non hanno più senso nel panorama odierno, se non supportati da un sistema di gioco solido. Perdere mezz’ora di progressi perché un glitch ci ha bloccato contro una staccionata o perché un nemico è apparso dal nulla a causa di un bug di caricamento non è sfida, è solo cattiva programmazione. I Hate This Place non è un gioco difficile nel senso nobile del termine; è un gioco ingiusto che non fornisce al giocatore gli strumenti necessari per contrastare le minacce in modo consapevole. La frustrazione che ne deriva è tale da oscurare anche i pochi momenti in cui l’atmosfera sembra finalmente ingranare la marcia giusta.

In conclusione, I Hate This Place è un’occasione sprecata. Aveva il potenziale per essere un adattamento memorabile, capace di sfruttare uno stile grafico unico per raccontare una storia di orrore rurale profonda e disturbante. Invece, ci troviamo di fronte a un titolo che si accontenta di una bella facciata, lasciando che il cuore dell’esperienza marcisca sotto il peso di meccaniche slegate, controlli imprecisi e un design inutilmente ostile. Il voto finale è la fotografia di un progetto che arriva alla sufficienza solo per il coraggio estetico, ma che fallisce in tutto ciò che rende un videogioco un’esperienza degna di essere vissuta fino in fondo. Se siete fan sfegatati del fumetto, potreste trovarci un briciolo di interesse per puro spirito di collezionismo, ma per tutti gli altri Rutherford Ranch è un luogo che fareste bene a evitare, proprio come suggerisce il titolo.
POWER RATING:
5.0/10
“I Hate This Place è un’opera che vive di contraddizioni. Splendido da vedere per chi ama il tratto dei fumetti americani underground, ma frustrante da giocare a causa di controlli legnosi e meccaniche di sopravvivenza mal bilanciate. Un adattamento che non riesce a trasmettere l’anima del materiale originale, perdendosi in un loop di gioco ripetitivo e afflitto da troppe incertezze tecniche.”
PRO E CONTRO
PRO:
- Lo stile grafico è unico e cattura perfettamente l’essenza visiva del fumetto.
- L’idea delle onomatopee grafiche per i suoni è un tocco artistico di classe.
- Alcuni momenti di atmosfera notturna riescono a trasmettere una discreta tensione.
- La direzione artistica generale è coraggiosa e si distingue nettamente dalla massa.
CONTRO:
- Sistema di controlli su console impreciso e afflitto da input lag evidente.
- Meccaniche di sopravvivenza (fame/sete) tarate in modo troppo aggressivo e fastidioso.
- Intelligenza artificiale nemica inconsistente e soggetta a numerosi bug.
- Interfaccia utente non ottimizzata per il controller, lenta e frustrante da navigare.
- Struttura delle missioni basata su fetch quest ripetitive e prive di mordente.
- Ottimizzazione tecnica deludente con cali di frame rate anche su hardware potente.
- Mancanza di una mappa e di strumenti di orientamento efficaci.





Lascia un commento