Di Redazione PW83
-Codice Review fornito da Axyos Games Entertainment
-Versione Testata: Xbox Series X
-Disponibile per: Xbox One, Xbox Series X|S, PlayStation 4, PlayStation 5, Nintendo Switch, Nintendo Switch 2
-Sviluppatore: indie_games_studio
-Publisher: Axyos Games Entertainment
L’analisi spietata di un horror che non sa decidere cosa essere su Xbox Series X
Il 2026 è iniziato con una serie di uscite che hanno scosso il mercato, ma è nelle pieghe degli store digitali che si annidano spesso le sorprese più bizzarre. Ebola Village, quarto capitolo di una saga che sembra non voler mai andare in pensione, è approdato su console portando con sé un carico di contraddizioni che raramente abbiamo visto in un prodotto indipendente. Da una parte, c’è lo sforzo palese di un unico sviluppatore che cerca di spingere alcuni aspetti grafici oltre la media della categoria; dall’altra, c’è un ammasso di bug, scelte di design discutibili e una narrazione che sfiora il delirio. Noi di PowerWave83 non ci fermiamo alle apparenze e abbiamo scavato a fondo in questa produzione per capire se, sotto la crosta di un plagio spudorato, ci fosse effettivamente qualcosa di salvabile. Il risultato è un viaggio turbolento attraverso le lande della mediocrità, illuminato solo da rarissimi sprazzi di competenza tecnica che rendono il giudizio finale ancora più amaro.
L’avventura inizia in un appartamento che sembra uscito da un incubo architettonico. La nostra protagonista, Maria, viene introdotta mentre osserva distrattamente le notizie su una pandemia globale causata dalla solita multinazionale cattiva di turno, la Paniccom. Fin dai primi istanti, l’incoerenza regna sovrana: Maria cambia abbigliamento senza una ragione logica, passando da un abbigliamento civile a un set di abiti che sembrano pensati più per un servizio fotografico che per sopravvivere a un’apocalisse zombie. Questo fanservice di bassa lega è il primo segnale di una produzione che non ha ben chiaro il tono che vuole mantenere. Ma la vera perla arriva con il primo obiettivo di gioco: in un mondo che sta letteralmente bruciando, Maria decide che non può uscire di casa senza aver prima recuperato la sua patente di guida prima di mettersi in viaggio. È un pretesto narrativo talmente ridicolo da risultare offensivo per l’intelligenza del giocatore, specialmente quando questa ricerca si trasforma in un puzzle ambientale che richiede di trovare cesoie e fusibili per entrare in un bagno la cui luce è spenta. Maria impugna una torcia elettrica degna di un faro portuale, eppure si rifiuta di entrare in una stanza buia finché non ripristina l’impianto elettrico. È la sagra dell’assurdo.

Una barriera linguistica insormontabile
Uno dei problemi più macroscopici di Ebola Village risiede nella sua localizzazione italiana. È evidente che non ci sia stata alcuna revisione umana dietro i testi che appaiono su schermo. Ci troviamo di fronte a un utilizzo selvaggio di traduttori automatici che hanno prodotto risultati grotteschi. Leggere “andando avanti” al posto del classico comando di movimento è solo la punta dell’iceberg. Molti dei documenti che dovrebbero approfondire la trama risultano completamente illeggibili o privi di qualsiasi senso logico, trasformando quella che dovrebbe essere un’atmosfera tesa in una commedia involontaria. Questo distacco linguistico impedisce qualsiasi forma di immedesimazione e sottolinea la sciatteria con cui il prodotto è stato portato sul mercato internazionale. Anche il doppiaggio, rimasto esclusivamente in lingua russa, non aiuta a colmare questo divario, lasciando il giocatore in un limbo di incomprensione che mina alle basi l’intera esperienza.
Ancor più grave è la gestione dell’interfaccia utente. Nonostante si tratti di una versione per Xbox Series X, il gioco non si preoccupa minimamente di nascondere la sua natura di porting maldestro da pc. Nei menu di configurazione e durante alcune fasi di gioco, compaiono costantemente icone che richiamano i tasti della tastiera, sovrapponendosi in modo caotico a quelle del controller. Vedere l’invito a premere il tasto “e” mentre si tiene in mano un pad Microsoft è il segno definitivo di un’ottimizzazione inesistente. Questa confusione visiva si riflette anche nel sistema di puntamento: l’accelerazione della visuale è tarata così male da rendere ogni scontro a fuoco un calvario. La mira oscilla tra una lentezza esasperante e scatti improvvisi che portano a sprecare munizioni preziose, un difetto che in un survival horror può significare la morte immediata del personaggio.

Il paradosso grafico e la tecnica dello smembramento
In questo oceano di problemi tecnici, emerge però un dettaglio che lascia sbalorditi: la modellazione poligonale della protagonista. Maria gode di una cura nei dettagli che stride violentemente con tutto il resto del mondo di gioco. Le texture dei suoi abiti, la resa dei capelli e le espressioni del volto sembrano appartenere a una produzione di ben altro livello. È palese che lo sviluppatore abbia investito la stragrande maggioranza del suo tempo e delle sue risorse nella creazione di questo singolo modello, trascurando tutto il resto. Gli scenari, al contrario, sono spesso spogli, con muri privi di texture adeguate e oggetti che fluttuano nel vuoto a causa di collisioni calcolate male. Questo contrasto crea un effetto straniante, come se un personaggio di un gioco moderno fosse stato catapultato dentro un titolo dell’era PlayStation 3.
Tuttavia, bisogna riconoscere un altro merito tecnico a Ebola Village: il sistema di gore e smembramento. Quando Maria riesce finalmente a colpire un nemico, l’effetto visivo è sorprendentemente curato. I proiettili staccano pezzi di carne, rivelano la struttura ossea sottostante e causano reazioni fisiche nei nemici che risultano credibili e viscerali. Vedere uno zombie che perde parte del cranio o che continua a trascinarsi dopo aver perso un arto è uno dei pochi momenti in cui il gioco sembra avere una sua dignità tecnica. Questo sistema, unito a una buona gestione delle particelle di sangue, regala scontri che hanno un feedback fisico soddisfacente, peccato che siano inseriti in un contesto di movimento così legnoso da annullare quasi ogni divertimento.
Il comparto sonoro ambientale si attesta su livelli discreti, riuscendo a creare una certa inquietudine grazie all’uso sapiente di ronzii, passi lontani e versi gutturali dei nemici. Il feedback dei colpi di arma da fuoco è pesante e convince l’orecchio, dando l’idea di impugnare strumenti realmente letali. Purtroppo, anche qui la sciatteria torna a farsi sentire: la musica del menu principale è un brano che non va in loop correttamente, interrompendosi bruscamente ogni pochi minuti per poi ricominciare dopo un silenzio imbarazzante. È un dettaglio che potrebbe sembrare minore, ma che riassume perfettamente l’intera filosofia produttiva dietro Ebola Village: si fanno due passi avanti in un settore e tre passi indietro in un altro.

L’ombra del plagio e la perdita di identità
Non possiamo esimerci dal parlare di quello che è forse l’aspetto più irritante dell’intera produzione: il plagio sistematico di icone del genere. All’interno del gioco ci si imbatte in documenti e manuali che utilizzano l’immagine di Oliana Valentine, che altro non è se non un modello rubato e leggermente modificato di Jill Valentine dal remake di Resident Evil 3. Questa mancanza di etica creativa è inaccettabile. Non si tratta di un omaggio velato o di una citazione affettuosa; è un tentativo spudorato di sfruttare l’immaginario collettivo di un franchise storico per dare importanza a un prodotto che non ha un’unghia del carisma dell’originale. Anche le transizioni tra le stanze, che ricalcano le celebri porte che si aprono lentamente, sono una copia carbone dei classici Capcom, inserite senza alcuna logica se non quella del richiamo nostalgico più pigro.

Questa mancanza di identità si riflette anche nel design dei nemici e delle situazioni. Ci sono zombie che si esibiscono in mosse di arti marziali senza alcuna spiegazione, nemici che lanciano asce come se fossimo in una parodia di Resident Evil 4 e situazioni spaziali che sfidano le leggi della fisica. Entrare in una baracca di tre metri quadri e trovarsi all’interno di un palazzo nobiliare con decine di corridoi è un errore di design che spezza qualsiasi immersione. Si capisce che lo sviluppatore ha cercato di riempire il gioco di contenuti senza preoccuparsi della loro coerenza interna o della fattibilità logica. È un collage di idee altrui, incollate male e senza una visione d’insieme.

Inventario e deliri narrativi
Il sistema di gestione delle risorse è un altro punto dolente che merita un approfondimento. Ebola Village adotta un inventario estremamente limitato, chiaramente ispirato ai grandi classici, ma lo fa in modo punitivo e privo di intelligenza strategica. Gli oggetti chiave, una volta raccolti, non possono essere scartati o posati temporaneamente, occupando permanentemente slot vitali che dovrebbero essere destinati a munizioni e cure. Poiché le casse dei depositi sono rarissime e spesso posizionate in luoghi illogici, il giocatore è costretto a lunghissime e noiose camminate a ritroso solo per liberare spazio. Questo backtracking non serve ad aumentare la tensione, ma solo a dilatare artificialmente una durata di gioco che altrimenti non supererebbe le tre ore. È un design che confonde la difficoltà con la frustrazione pura, un errore che nel 2026 non dovrebbe più verificarsi.
Ma dove Ebola Village tocca il fondo della credibilità è nella sua sceneggiatura. Verso la fine dell’avventura, assistiamo a una delle scene più assurde mai scritte per un videogioco: Maria decide di iniettarsi volontariamente del sangue infetto da epatite prelevato da un cadavere, convinta che questo virus possa fungere da mimetizzazione contro gli zombie. È una trovata narrativa talmente folle e priva di basi scientifiche (anche per gli standard di un horror) da risultare ridicola. Vedere la protagonista compiere un gesto simile con assoluta serietà distrugge ogni residuo di atmosfera horror, trasformando il gioco in una sorta di commedia grottesca. Il finale poi, raccontato attraverso illustrazioni statiche che sembrano uscite da un generatore di immagini economico, non offre alcuna chiusura degna di nota, lasciando il giocatore con un senso di vuoto e incompiutezza.
La stabilità tecnica su Xbox Series X è un altro elemento di forte criticità. Nonostante la potenza della console, il gioco soffre di crash improvvisi che riportano l’utente alla dashboard senza preavviso. Abbiamo riscontrato numerosi glitch grafici, con Maria che rimane incastrata nelle geometrie del terreno o che cade letteralmente attraverso il pavimento della mappa, costringendo a ricaricare i salvataggi precedenti. Le collisioni inesistenti rendono alcune fasi di esplorazione un terno al lotto, dove non si sa mai se si potrà camminare su una determinata superficie o se si finirà nel vuoto assoluto. Anche i modelli delle braccia in prima persona mostrano bug imbarazzanti, come le maniche di una giacca nera che appaiono solo quando si impugna un’arma, nonostante Maria indossi una canottiera. È un livello di rifinitura che definire amatoriale è poco.

Un potenziale sprecato nel nome della fretta
È un peccato, perché se si scava sotto questa montagna di detriti digitali, si intuisce che lo sviluppatore solitario ha delle capacità tecniche non comuni in alcuni settori. La gestione del sangue, delle luci dinamiche in alcuni corridoi e la complessità poligonale di Maria dimostrano che ci sarebbe stato spazio per un buon gioco, se solo ci fosse stata una direzione artistica chiara e un minimo di controllo di qualità. Ebola Village sembra invece il risultato di una corsa frenetica alla pubblicazione, un tentativo di capitalizzare sul nome di una serie che, capitolo dopo capitolo, non sembra voler imparare dai propri errori. Pubblicare un prodotto con simili lacune sui vari store digitali è una mossa rischiosa che rischia di allontanare anche i fan più accaniti del genere indipendente.
Nonostante il palese riciclo di asset dai capitoli precedenti, il gioco cerca di offrire una varietà di ambientazioni che spazia dal villaggio rurale alle fogne, passando per chiese e cimiteri. Alcuni di questi luoghi godono di un buon colpo d’occhio iniziale, ma basta muovere pochi passi per accorgersi della povertà strutturale che li circonda. I muri invisibili sono ovunque, limitando l’esplorazione a corridoi angusti anche quando ci si trova all’aperto. Questo senso di claustrofobia forzata non è figlio di una scelta stilistica, ma della necessità di nascondere i limiti di un motore grafico gestito male. È un peccato che l’atmosfera sonora di cui parlavamo prima non trovi riscontro in un level design all’altezza della situazione.
Il ritmo di gioco è spezzato continuamente da enigmi che non hanno alcun senso logico o spaziale. Risolvere combinazioni numeriche trovate su foglietti sparsi a caso o cercare chiavi in posti assurdi è una meccanica vecchia di trent’anni che qui viene riproposta senza alcun brio. In un mercato che ha visto titoli modernizzare brillantemente la formula classica del survival horror, Ebola Village appare come un fossile che ha deciso di ignorare ogni evoluzione avvenuta negli ultimi tre decenni. Non c’è innovazione, non c’è una rielaborazione intelligente degli stilemi del passato; c’è solo una copia sbiadita e malfunzionante di ciò che abbiamo già giocato mille volte. Ogni passo falso dello sviluppatore sembra gridare la mancanza di una visione d’insieme, preferendo l’accumulo di asset alla profondità dell’esperienza.

La dura realtà del giudizio finale
Giunti alla fine della nostra prova su PowerWave83, dobbiamo chiederci cosa resti di Ebola Village una volta spenta la console. Resta il ricordo di un personaggio modellato benissimo che si muove in un mondo a pezzi, di zombie che esplodono in modo soddisfacente e di una traduzione che ci ha strappato più di una risata amara. Non è un gioco che ci sentiamo di condannare totalmente al baratro, perché il lavoro di una singola persona che riesce a mettere in piedi un sistema di gore del genere ha un suo valore intrinseco. Tuttavia, non possiamo nemmeno promuovere un titolo che si poggia sul plagio e che ignora le basi del game design moderno.
Il giudizio che abbiamo deciso di assegnare è un segnale di stop. È un invito allo sviluppatore a fermarsi, a riflettere sulla direzione della serie e a investire meno tempo nei poligoni della protagonista e più tempo nella rifinitura del codice e nella scrittura dei testi. Ebola Village è un’esperienza frustrante, a tratti ridicola, ma con un nucleo tecnico che suggerisce capacità sprecate. È un responso che pesa come un macigno, perché indica un potenziale che c’è ma che viene deliberatamente calpestato dalla fretta e dalla mancanza di originalità. Rappresenta una delle delusioni più cocenti per quanto riguarda il rapporto tra ciò che poteva essere e ciò che effettivamente è stato consegnato all’utente finale.
Se siete amanti viscerali dell’horror trash e volete farvi quattro risate con una traduzione folle, potreste trovarci un briciolo di intrattenimento. Ma se cercate un survival horror solido, coerente e rispettoso del vostro tempo, fareste bene a guardare altrove. Il mercato offre oggi alternative di gran lunga superiori che non richiedono di iniettarsi sangue infetto per essere apprezzate. Ebola Village rimane lì, in quel villaggio digitale fatto di bug e asset rubati, aspettando che qualcuno abbia il coraggio di attraversarlo. Noi lo abbiamo fatto, e ne siamo usciti con una profonda voglia di rigiocare ai veri classici, quelli che non hanno bisogno di chiamarsi Oliana Valentine per restare impressi nella memoria.
POWER RATING:
3.8/10
“Un’opera incompiuta che affianca un gore eccellente e una protagonista ben modellata a bug costanti, plagi spudorati e traduzioni deliranti. Si salva dal baratro solo grazie a sprazzi tecnici inattesi.”
PRO E CONTRO
PRO:
- Modellazione di Maria eccellente.
- Gore e smembramenti viscerali.
- Comparto sonoro immersivo.
- Buona atmosfera horror retrò.
CONTRO:
- Traduzione italiana delirante.
- Plagio palese di asset storici.
- Ottimizzazione console inesistente.
- Sceneggiatura ai limiti del ridicolo.
- Bug e glitch grafici costanti.
- Gestione inventario frustrante.
- Architettura livelli incoerente.
- Totale assenza di innovazione.




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