Di Redazione PW83
-Codice Review fornito da Channel37
-Versione Testata: PC (Steam)
-Disponibile per: PC (Steam)
-Sviluppatore: Channel 37
-Publisher: Channel37
Siete l’ultimo custode; una macchina risvegliata incaricata di salvare il futuro della razza umana salvando i semi umani da una terra desolata
L’oceano ha inghiottito ogni cosa, cancellando il confine tra i continenti e riducendo la civiltà a un ammasso di ferro arrugginito che galleggia nel vuoto liquido. In questo scenario desolato si muove The Last Caretaker, un titolo che decide di affrontare il genere dei survival-crafting da una prospettiva strutturale ribaltata, sostituendo le classiche pulsioni biologiche con la fredda logica dei circuiti integrati. Il giocatore non indossa i panni di un naufrago affamato, ma prende il controllo di un automa difettoso, l’ultimo custode rimasto in funzione all’interno del complesso Lazarus. L’obiettivo finale non risiede nella semplice sussistenza personale, ma nella preservazione della memoria biologica della Terra attraverso il recupero, la coltivazione e la successiva evacuazione orbitale di embrioni umani. Un ribaltamento concettuale che sulla carta promette di rinfrescare formule ormai asfittiche, ma che all’atto pratico deve scontrarsi con le rigidità tipiche delle produzioni in accesso anticipato.
La prima grande deviazione dai canoni tradizionali risiede nella gestione delle risorse vitali. La rimozione delle barre della fame, della sete e del sonno sposta l’intero asse del gameplay sulla gestione dell’energia elettrica e sull’integrità strutturale dei componenti meccanici. L’elettricità è la vera linfa vitale del protagonista e della sua base mobile, una gigantesca imbarcazione corazzata che funge da rifugio, laboratorio e mezzo di trasporto. Ogni azione, dall’attivazione dei fari direzionali all’utilizzo degli strumenti di riciclo dei rottami, consuma una quantità specifica di Kilowatt. Questa dinamica trasforma l’esplorazione dei laboratori sommersi in una tesissima sfida contro il tempo, dove lo spegnimento improvviso dei sistemi di illuminazione non rappresenta solo un fastidio visivo, ma un invito a nozze per le creature sintetiche e biologiche che popolano gli abissi. Il buio è un nemico tangibile, e la necessità di bilanciare la carica delle batterie tra i propulsori della nave e le torce portatili crea una costante frizione psicologica.
Il ciclo di gioco si divide rigidamente tra la navigazione di superficie e le incursioni subacquee all’interno delle megastrutture industriali. Qui il titolo Channel37 dimostra una notevole personalità visiva, grazie a un utilizzo sapiente della nebbia volumetrica e a una colonna sonora minimalista che amplifica il senso di isolamento. L’introduzione recente del TideRipper ha parzialmente snellito le fasi di attracco e di ancoraggio, offrendo uno strumento capace di perforare le correnti marine più violente per ancorare la base mobile anche nei punti di immersione più instabili. Tuttavia, la transizione dalle fasi macroscopiche di gestione della nave a quelle ravvicinate di decontaminazione dei laboratori evidenzia le prime, pesanti spaccature nella struttura di gioco. Quando l’automa abbandona i comandi del vascello per addentrarsi nei corridoi invasi dall’acqua, il sistema di movimento ravvisato in prima persona perde fluidità, restituendo una sensazione di pesantezza artificiale che rende i combattimenti contro i droni di sicurezza superflui e frustranti.
La progressione si appoggia sul restauro del complesso Lazarus, l’hub centrale in cui i semi umani recuperati devono essere coltivati all’interno di biosfere protette. Questa componente introduce elementi gestionali che spezzano il ritmo dell’esplorazione, costringendo a calibrare i livelli di acidità dell’acqua e la purezza dell’aria per garantire la crescita dei cloni. Il legame emotivo che gli sviluppatori tentano di instaurare tra la macchina e i feti in incubazione rimane però confinato a fredde stringhe di dati su monitor a tubo catodico. Manca quella scintilla empatica capace di trasformare il crafting in un atto di autentica devozione e il processo rischia di diventare una sequenza ripetitiva di compiti d’ufficio applicati alla fantascienza apocalittica. La pur ottima traduzione in lingua italiana, arrivata con l’ultimo corposo aggiornamento, permette di seguire con chiarezza i registri testuali lasciati dagli scienziati prima del cataclisma, ma non riesce a colmare il vuoto di un’esperienza che spesso confonde la complessità meccanica con la profondità ludica.
La gestione dei danni strutturali evidenzia ulteriormente un approccio punitivo che non sempre si traduce in divertimento. Subire una collisione durante una tempesta oceanica non significa solo vedere una barra della salute che si svuota, ma dover gestire falle nello scafo, cortocircuiti nella sala motori e il malfunzionamento dei banchi da lavoro. Questo livello di simulazione micromanagement trasforma la routine quotidiana in un continuo tamponamento di emergenze. Il rischio costante è quello di incappare in un circolo vizioso in cui le risorse faticosamente raccolte per sbloccare i moduli di lancio orbitale vengano sistematicamente bruciate per riparare le bielle del motore o per sostituire i fusibili bruciati da una sovratensione. Si avverte la mancanza di un punto di equilibrio capace di premiare l’audacia dell’esplorazione invece di castigarla con una burocrazia della manutenzione che tarpa le ali al senso di scoperta.
Visivamente, l’opera sfrutta i riflessi dell’acqua e i contrasti della luce artificiale per mascherare una generale povertà geometrica degli interni, ripetitivi nella loro architettura industriale prefabbricata. The Last Caretaker fluttua così in un limbo liminale: ha il coraggio di proporre un’ambientazione suggestiva e tematiche ecologiche mature, ma resta ancorato alle catene di un ciclo di raccolta materiali che alla lunga instilla una forte monotonia. La transizione verso la versione finale richiederà un profondo lavoro di limatura sui controlli a terra e una drastica riduzione del lavoro ripetitivo legato alla sussistenza della base mobile, elementi che al momento appesantiscono un viaggio che avrebbe invece bisogno di una spinta più fluida verso l’orizzonte.
POWER RATING: 8.2
“Un survival robotico affascinante che ribalta i canoni del genere con idee brillanti sulla gestione dell’energia, ma che soffre per un sistema di movimento legnoso e un eccessivo lavoro ripetitivo nella manutenzione della base mobile.”
PRO:
- La gestione dell’energia e dei sistemi elettrici sostituisce efficacemente i classici bisogni biologici.
- Atmosfera marina cupa, opprimente e supportata da un ottimo comparto sonoro minimalista.
- L’aggiunta dei testi in italiano e del TideRipper migliora nettamente la comprensione e l’accessibilità delle rotte.
CONTRO:
- Il movimento a terra in prima persona e i combattimenti risultano legnosi e imprecisi.
- La manutenzione della nave scivola troppo spesso nella ripetitività burocratica.
- Struttura dei laboratori interni eccessivamente uniforme e priva di varietà geometrica.




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