Di Redazione PW83
-Codice Review fornito da indie.io
-Gioco Testato su: PlayStation 5
-Disponibile per: PlayStation 5, PC
-Sviluppatore: Michael Janisch
-Publisher: indie.io
Terrore e sopravvivenza nel selvaggio West! La premessa è ottima, ma varrà la pena imbarcarsi in questa avventura?
Onestamente? No. Ma andiamo con ordine. L’epopea del selvaggio West ha sempre vissuto di contrasti violenti: la promessa di una terra libera contro la realtà di una natura che cerca in ogni modo di ucciderti. Hauntsville prova a inserirsi in questo solco (peraltro già percorso da titoli decisamente ottimi come Red Dead Redemption Undead Nightmare o Weird West. NdPierre) iniettando una dose massiccia di folklore orrorifico americano in una struttura survival che vorrebbe essere profonda, ma che finisce per apparire solo inutilmente faticosa. L’idea di base ha un fascino indiscutibile. Immaginate di dover fortificare un saloon abbandonato non per proteggervi dai fuorilegge, ma da creature deformi che sembrano vomitate dalle leggende più oscure dei nativi. Figo, vero? Il problema è che, tra l’idea e la sua realizzazione pratica, si stende un deserto di legnosità tecnica e scelte di design che definire discutibili è un generoso eufemismo.

Visivamente, il titolo cerca di giocare la carta del realismo sporco. Il sole della Pennsylvania batte su texture che vorrebbero apparire vissute, ma che spesso risultano solo piatte o mal ottimizzate. La polvere alzata dagli stivali dovrebbe trasmettere l’arsura della frontiera, invece si limita a ricordarci che siamo davanti a un progetto che fatica a gestire correttamente gli effetti particellari. Nonostante l’impegno di un singolo sviluppatore, che merita sempre un cenno di rispetto per il coraggio, il risultato estetico è quello di un bozzetto incompleto. Si avverte la mancanza di quella pulizia visiva che permette all’orrore di essere efficace: quando un mostro attraversa una parete per un glitch di compenetrazione, la paura svanisce istantaneamente per lasciare il posto a un sospiro di rassegnazione.
Il loop di gioco è il classico schema del genere, declinato però con una severità che rasenta il sadismo gratuito. Per costruire anche la più semplice delle palizzate, il gioco impone sessioni di estrazione mineraria e abbattimento alberi che definire tediose è riduttivo. Non c’è poesia nel colpire delle rocce con un piccone per dieci minuti reali. È un lavoro burocratico non retribuito, una tassa che il titolo esige prima di permettere a chi impugna il controller di divertirsi. Questa frizione meccanica non aggiunge immersione, ma serve solo a dilatare artificialmente un’esperienza che, altrimenti, rivelerebbe troppo presto la sua estrema povertà di contenuti. La sopravvivenza diventa così un esercizio di pazienza, dove il vero nemico non è il Wendigo nell’ombra, ma la noia di dover trascinare manualmente ogni singolo sasso all’interno di un inventario progettato con la stessa ergonomia di un mobile da montare senza istruzioni.

L’interfaccia utente è, senza mezzi termini, un disastro di design. In un’epoca in cui la gestione delle risorse dovrebbe essere fluida, Hauntsville costringe a manovre macchinose che spezzano costantemente il ritmo. Ogni interazione è pesante, ogni spostamento di oggetti richiede una precisione millimetrica del mouse che mal si sposa con i momenti di tensione. Se una creatura sta sfondando la porta, non si può perdere tempo a combattere con un menu che sembra programmato negli anni novanta. È qui che emerge la natura acerba del progetto: la mancanza di rifinitura non è solo un dettaglio estetico, ma un ostacolo funzionale che impedisce al giocatore di godersi quel poco di buono che il titolo avrebbe da offrire.
Quando finalmente si arriva allo scontro a fuoco, la situazione non migliora. Il gunplay, che dovrebbe essere il fiore all’occhiello di ogni produzione western e, Dio ce ne scampi, di ogni gioco in prima persona, manca di feedback. Le armi sembrano sparare coriandoli invece di piombo e le animazioni dei nemici sono talmente rigide da rendere quasi impossibile prevederne le mosse. I mostri colpiscono durissimo, e morire significa subire la solita, umiliante punizione: perdere tutto e dover ricominciare la processione verso il proprio cadavere. In un titolo solido, questa meccanica genera tensione; in un gioco così prono a bug e incertezze, genera solo la voglia di chiudere tutto e passare ad altro.

La componente multigiocatore cooperativa è l’unico vero salvagente. Insieme a tre amici, il tedio della raccolta materiali si dimezza e le assurdità tecniche diventano motivo di risate condivise piuttosto che di frustrazione solitaria. C’è qualcosa di genuinamente divertente nel cercare di difendere un perimetro mentre tutto intorno crolla, ma è un divertimento che deriva più dall’interazione sociale che dalla qualità intrinseca del codice. È il classico caso di un gioco che “se giocato in compagnia migliora”, una frase che troppo spesso funge da foglia di fico per coprire lacune strutturali evidenti.
Pubblicare Hauntsville come versione definitiva è stata una mossa azzardata. Il gioco urla “accesso anticipato” da ogni singolo pixel. Ci sono le fondamenta per qualcosa di interessante, un’anima horror-western che potrebbe effettivamente ritagliarsi una nicchia, ma allo stato attuale è un edificio pericolante tenuto insieme da spago, sputo e speranze. Manca il bilanciamento, manca l’ottimizzazione e, soprattutto, manca il rispetto per il tempo del giocatore. Non basta avere un’ambientazione suggestiva se poi costringi chi gioca a lottare contro il sistema di controllo ancor prima che contro i mostri.

In definitiva, la produzione si ferma a metà strada. È un progetto ambizioso che inciampa continuamente nei propri limiti, offrendo sprazzi di atmosfera soffocati da una realizzazione tecnica che non tiene il passo. Chi ha una fame (disperata) di horror rurale e possiede una pazienza infinita potrebbe trovarci qualche motivo di interesse, specialmente a prezzo scontato e con una squadra di amici ben rodata. Per tutti gli altri, la frontiera di Hauntsville rimane un luogo inospitale non per scelta autoriale, ma per evidente incapacità di rifinire un prodotto che aveva bisogno di almeno un altro anno di sviluppo prima di vedere la luce.
Le ombre si allungano sulle praterie e il vento porta con sé l’eco di un potenziale sprecato. La polvere si deposita lentamente sulle assi di legno di una base che non vedrà mai l’alba, simbolo di un sogno indipendente che ha fatto il passo decisivo senza prima imparare a camminare nel fango della realtà produttiva.
POWER RATING: 5.5/10
“Hauntsville ha un’ottima atmosfera e un’ambientazione western-horror affascinante, ma è affossato da un comparto tecnico legnoso, una gestione delle risorse inutilmente punitiva e una cronica mancanza di rifinitura che lo rende, allo stato attuale, una scommessa persa.”
PRO
- Ambientazione horror nel selvaggio West molto suggestiva.
- Buona tensione durante le fasi di assedio notturno.
- La cooperativa rende digeribili anche le fasi più noiose.
CONTRO
- Tecnicamente acerbo, con animazioni rigide e numerosi glitch.
- Sistema di raccolta materiali e crafting eccessivamente lento e ripetitivo.
- Interfaccia utente macchinosa e frustrante.




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