Di Redazione PW83
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-Versione Testata: PlayStation 5
-Disponibile per: Xbox Series X|S, PlayStation 5, PC
-Sviluppatore: Ubisoft Singapore
-Publisher: Ubisoft
Tredici anni dopo la pubblicazione originale, AC Black Flag, uno dei migliori capitoli della saga, riceve il trattamento remake. Capolavoro o mossa puramente commerciale?
La tendenza contemporanea a riesumare salme eccellenti del passato videoludico ha raggiunto una saturazione tale da non fare quasi più notizia, specialmente quando puzzano di “mossa commerciale da acqua alla gola” da chilometri. Sia chiaro, non tutte sono fatte allo stesso modo, e i remake semi-recenti dei capitoli di Resident Evil, di Silent Hill 2, così come i grandiosi remaster di Aspyr su colossi del calibro della tetralogia di Tomb Raider e di Legacy of Kain ne sono esempi lampanti. Tuttavia, il modo in cui questa produzione nello specifico si affaccia sul mercato rappresenta un caso di studio emblematico sulla crisi d’identità che sta attanagliando la compagnia transalpina. Nel tentativo di aggrapparsi a quello che fu il picco di massima popolarità della saga, ovvero il suo excursus nella vita piratesca, l’operazione di smantellamento e ricostruzione sul nuovo motore grafico si scontra immediatamente con un paradosso filosofico insostenibile. Non basta rivestire una vecchia struttura di pixel moderni per ritrovare la perduta urgenza creativa. Il risultato che emerge dopo poche ore di navigazione non è la rinascita di un mito, ma una stanca e ridondante operazione di tassidermia digitale, un diorama costosissimo in cui ogni elemento brilla di luce riflessa ma manca totalmente di una reale spinta vitale.
Il problema principale risiede nella natura stessa di questo restauro. Lo scheletro del gioco del 2013, originariamente concepito attorno ai limiti e alle possibilità delle console di due generazioni fa (e che, lo diciamo senza timore di smentita, funziona tutt’ora egregiamente. NdPierre), viene forzato a coesistere con le routine di un’impalcatura tecnologica recente che rigetta le sue stesse premesse. Il viaggio di Edward Kenway perde così quella coerenza stilistica che ne aveva decretato il successo, frammentandosi in un’esperienza schizofrenica. L’estetica caraibica, per quanto arricchita da una gestione dei riflessi dell’acqua indubbiamente avanzata (assurdo tra l’altro… siamo tornati ai tempi del Nintendo64, in cui si valutava la resa grafica da come veniva realizzata l’acqua in-game? NdPierre), appare come un fondale posticcio, una maschera di lusso applicata su una progressione che accusa inesorabilmente il peso dei suoi tredici anni di età e che evidenzia la pigrizia di una direzione aziendale focalizzata sul profitto nostalgico piuttosto che sull’innovazione del design.

Geometrie rotte e dialoghi robotici
Il tanto sbandierato (l’avete capita? Pirati… bandiere… “Sbandierato”! Ha! NdPierre) rinnovamento del sistema di combattimento all’arma bianca si rivela la pietra tombale sulla godibilità degli scontri ravvicinati. Il tentativo di iniettare dinamismo e tecnicismo attraverso una nuova gestione della postura e della difesa si infrange contro una realizzazione tecnica a dir poco disastrosa. Il sistema di aggancio dei bersagli è afflitto da una legnosità cronica e da imprecisioni che trasformano ogni duello in un terno al lotto. Ritrovarsi bloccati nell’animazione di parata verso un avversario lontano, mentre un soldato semplice affonda la spada nel fianco del protagonista a pochi centimetri di distanza, è un’evenienza tutt’altro che rara. Questa totale incapacità dei nuovi sistemi di dialogare con le vecchie routine comportamentali dei nemici distrugge qualsiasi velleità tattica, riducendo l’azione a una serie di automazioni frustranti o, nei casi più disperati, al buon vecchio sistema del “segno della croce e speriamo di uscirne”.
A umiliare ulteriormente la narrazione interviene la gestione dei contenuti testuali inediti. Il pomposo annuncio dell’ aggiunta di migliaia di linee di dialogo si traduce in una delle realizzazioni più sciatte della produzione recente. Le nuove sequenze, anziché sfruttare la spettacolarità e il dinamismo della cattura dei movimenti originale, vengono proposte attraverso inquadrature statiche e scambi di battute di una povertà espressiva sconcertante. I personaggi si muovono come automi difettosi in un alternarsi di primi piani fissi che spezzano il ritmo dell’avventura. Il contrasto tra la fluidità dei vecchi filmati e la legnosità di questi nuovi inserti è talmente stridente da frantumare la sospensione dell’incredulità, trasformando i rari momenti di approfondimento in stucchevoli parentesi che annoiano e respingono chi impugna il controller.

L’oceano della burocrazia numerica
L’introduzione dei quattro ufficiali di bordo per la Jackdaw viene presentata come la grande novità strategica di questo remake, ma la prova dei fatti evidenzia l’ennesimo fallimento concettuale. Questa meccanica si traduce in un’opprimente sovrastruttura burocratica che appesantisce il loop di gioco senza aggiungere alcuna reale profondità. L’arruolamento e la gestione di queste figure non hanno il sapore della pirateria romanzata, ma ricordano la fredda compilazione di un foglio di calcolo. Si è costretti a ripetere ciclicamente micro-attività secondarie e missioni fotocopia unicamente per sbloccare modificatori percentuali e abilità passive, trasformando l’epopea marittima in un lavoro d’ufficio mascherato da saccheggio (*sospiro* NdPierre).
Anche la fisica navale, un tempo vanto assoluto della produzione del 2013 e prima ancora del controverso Assassin’s Creed III (in soldoni, il motivo per cui Black Flag è nato: le sezioni navali erano la parte migliore di AC3, e hanno deciso di costruirci un gioco attorno. NdPierre), ha subito un processo di semplificazione imperdonabile. I vascelli si muovono sull’acqua con una leggerezza innaturale, accelerando e svoltando con una reattività eccessiva che annulla la sensazione di governare un colosso di legno in mezzo alla tempesta. L’oceano perde così la sua natura di elemento ostile e affascinante, riducendosi a una distesa di pixel sacrificata sull’altare dell’accessibilità più pigra. Una tale mancanza di peso specifico rende i viaggi in mare a lungo andare tediosi, costringendo a un utilizzo sistematico del viaggio rapido per evitare la monotonia di una navigazione che non offre più alcuna sfida o senso di scoperta. Per capirci e usare un paragone videoludico/automobilistico: Se nella versione originale di Black Flag la parte navale era l’equivalente di un Forza Horizon, ora è un Mario Kart.
Prestazioni a picco e tagli col falcetto
Se sull’acqua il colpo d’occhio riesce ancora a ingannare, basta mettere piede a terra per veder crollare l’impalcatura. Passeggiare per i vicoli di Havana o arrampicarsi sui tetti di Nassau significa fare i conti con un’ottimizzazione pigra e frustrante: i continui cali di framerate trasformano le fasi di parkour in una danza a scatti che fa passare la voglia di esplorare. Come se non bastasse, per risparmiare tempo e risorse si è scelto di usare la forbice invece dell’ingegno. Intere sezioni dell’avventura originale, come le parentesi ambientate negli uffici del presente, sono state piallate via a zero senza essere sostituite da nulla. Erano divisive, ma c’era veramente bisogno di eliminarle in toto? Stessa sorte per le vecchie e noiose missioni di pedinamento: anziché essere riprogettate per renderle finalmente divertenti, sono state semplicemente tagliate o accorciate con l’accetta, appiattendo il ritmo della progressione. A coronare questo quadro di superficialità ci pensano un doppiaggio sfasato, con le nuove linee di dialogo che non azzeccano la sincronizzazione labiale, e un comparto sonoro pasticciato dove gli effetti audio si accavallano l’uno sull’altro durante i combattimenti.

Il pedaggio marittimo
La toppa commerciale della casa transalpina rovina l’intera operazione, piazzando un negozio digitale invadente dentro un’avventura nata per il giocatore singolo. La mossa ha oggettivamente toni grotteschi. Chi sborsa i soldi per l’edizione di lusso da 70 euro si ritrova, un secondo dopo aver avviato il gioco, davanti a banner e pubblicità che chiedono altri ottantacinque euro per sbloccare tutti i costumi, le spade e le decorazioni per la nave. Oltre al danno visivo, c’è il problema dei pacchetti di risorse e delle mappe venduti a quattro euro e passa per saltare i tempi morti della navigazione. Anche se la difesa ufficiale parla di semplici scorciatoie per risparmiare tempo, la loro presenza sporca il bilanciamento originale e fa nascere il sospetto che il viaggio sia stato rallentato apposta per spingere a pagare. Il picco del ridicolo si raggiunge poi quando il menu devia l’utente verso Assassin’s Creed Shadows solo per fargli vedere cosa sta comprando, spezzando l’atmosfera piratesca e riducendo un classico del 2013 a una squallida bancarella da mercato rionale. Che senso ha?
Osservando il quadro generale, emerge chiaramente il fallimento di un progetto privo di una reale visione d’insieme se non forse quella di voler aggiungere… cose. Tante cose, messe lì per fare volume. La mediocrità di questo remake è figlia di una logica industriale che preferisce accumulare contenuti frammentari piuttosto che garantire la solidità del gameplay. Non bastano i riflessi della luce sulle onde o la riscrittura zuccherosa del destino di vecchi comprimari come Stede Bonnet per giustificare un’operazione così vuota e pretestuosa. Il mercato videoludico ha già dimostrato in passato come si possano attualizzare i classici senza snaturarne l’anima, e questo guscio vuoto tecnologico non merita né il tempo né il denaro di chi cerca una vera avventura.

Se volete sentire il profumo della vera libertà marina e la magia di un game design che si fida del giocatore e soprattutto non lo vede come lo sportello di un bancomat, fatevi un favore enorme e tenetevi alla larga da questa deriva burocratica. Recuperate la release originale del 2013 di Assassin’s Creed Black Flag, che pur con i suoi limiti storici offriva un’esperienza onesta, coesa e infinitamente più divertente. Oppure volgete lo sguardo verso quelle produzioni che hanno saputo interpretare il viaggio e l’esplorazione senza ridurli a una sterile lista di icone da ripulire per inerzia. Questo ritorno sui Caraibi rimane solo l’ennesimo monumento allo spreco industriale, un titolo nato stanco e destinato a essere ricordato come l’ennesima occasione persa da chi ha preferito seguire le tabelle di marcia aziendali piuttosto che la scintilla della creatività.
POWER RATING: 4.5/10
“Il perfetto esempio di come un’operazione di restauro tecnologico non possa nascondere la totale assenza di coesione interna, la mediocrità strutturale delle nuove introduzioni meccaniche e un atteggiamento monetario predatorio. Un prodotto asettico, sconnesso e mal progettato che rovina l’eredità del classico originale.”
PRO
- Resa tecnologica dell’oceano e degli agenti atmosferici eccellente.
- Il nucleo delle modifiche alla Jackdaw conserva parte del fascino originale.
CONTRO
- Sistema di aggancio dei bersagli nei combattimenti impreciso e frustrante.
- Nuove sequenze narrative inserite tramite dialoghi statici e privi di espressività.
- Gestione degli ufficiali pesante, noiosa, poco ispirata e ridotta a mera burocrazia numerica.
- Fisica navale snaturata, priva del peso originale delle imbarcazioni.
- Ottimizzazione zoppicante con evidenti cali di framerate ed eliminazione pigra di interi blocchi di gioco.
- Negozio digitale invadente e microtransazioni predatorie inserite sin dal lancio.





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