Di Pierre Coppi
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-Gioco Testato su: Xbox Series X
-Disponibile per: Xbox Series X & S, Xbox Game Pass, PC (Windows, Steam)
-Sviluppatore: PlayGround Games
-Publisher: Xbox Game Studios
Forza Horizon 6 è, senza dubbio, il migliore capitolo dell’intera serie, specialmente se siete fan di tutto quello che è giapponese
Questa volta voglio scrivere una recensione un po’ particolare. Voglio scriverla io, in prima persona, mettendoci la faccia dall’inizio alla fine. Dicevo: voglio scriverne io, Pierre, perché Forza Horizon 6 è, senza troppi giri di parole, oltre che il miglior capitolo della serie anche il miglior gioco di guida open-world che mi sia capitato di provare in 26 anni di carriera giornalistico-videoludica. Certo, tutti siete in grado di vedere il lavoro che Playground Games ha fatto in termini puramente tecnici: il gioco è oggettivamente splendido e fotorealistico, ma il punto su cui voglio soffermarmi è un altro. Forza Horizon 6, per una persona nata nel 1983 e cresciuta ad anime, cultura JDM e amore viscerale per la terra del Sol Levante è, per dirla in modo brutale, pura pornografia. Questa recensione sarà molto strana e correrà il rischio di risultare poco obiettiva, ma se le parole che sto per scrivere andranno a toccare anche solo una corda che voi lettori e io abbiamo in comune, potrò considerarlo un successo sfolgorante.

Perché Forza Horizon 6 mi ha mandato in corto circuito
Ora, per mettere le carte sul tavolo: sono un classe 1983. Questo significa che la mia spina dorsale culturale si è formata in quel preciso istante in cui il Sol Levante ha colonizzato l’immaginario collettivo occidentale con una forza d’urto spaventosa. Sono cresciuto divorando nastri VHS di animazione che oggi appaiono come miracoli irripetibili, oscillando tra le complessità politiche di Mobile Suit Gundam (0079, Z, ZZ, War in the Pocket, The 08Th MS Team, ecc. NdPierre) e l’abisso psicologico di Neon Genesis Evangelion, senza disdegnare la follia cinica di Gintama, il terrore psycho-punk di Akira, quello cyber-punk-distopico di Ghost in the Shell o l’anarchia formativa di Golden Boy. Quella roba plasma la mente. Ti abitua a una cura maniacale per il dettaglio costruttivo, lo stesso che ritrovo oggi quando perdo le ore sul tavolo della cucina ad assemblare i giunti millimetrici dell’anca di un Gunpla, ammirando l’ingegneria plastica racchiusa in pochi centimetri. Per me il Giappone non è mai stato una fredda coordinata geografica, ma una casa spirituale alimentata da una venerazione assoluta per i pilastri che hanno fondato la mia intera estetica videoludica: Resident Evil, Super Mario, Metal Gear Solid, Castlevania, Sonic the Hedgehog, e tutti i vari fighting games come King of Fighters, Street Fighter, e via discorrendo. E poi, sopra ogni cosa, c’era Gran Turismo. Quel titolo ha inciso così a fondo la mia giovinezza da spingermi, anni dopo, a commettere la bellissima pazzia di mettermi in garage una Toyota Celica 2.0 GT (st202, per onor di cronaca. NdPierre) vera, sacrificando il portafogli sull’altare di quel sogno fatto di metallo, un motore 3SGE (sviluppato in collaborazione con Yamaha! NdPierre), e quei quattro fari tondi che tanto mi avevano stregato guardando il WRC.
È un’ossessione viscerale che si riflette persino nelle mie abitudini quotidiane al punto da farle diventare il mio comfort-food, nella ricerca costante di una ciotola di ramen fumante o di sushi tagliato a regola d’arte, inseguendo quel bilanciamento millimetrico di sapori che per i giapponesi non è cibo, ma una vera e propria dichiarazione d’intenti.
Capirete quindi perché, non appena l’introduzione di Forza Horizon 6 ha illuminato lo schermo, il mio intero sistema nervoso sia andato in totale cortocircuito. Playground Games ha evitato con intelligenza la trappola del turismo patinato da cartolina per occidentali pigri, preferendo iniettare nel codice l’anima autentica del territorio. Quando le ruote squarciano l’asfalto bagnato sotto i neon di Shinjuku o quando la vettura scivola di traverso lungo i tornanti di montagna avvolti dalla nebbia del Touge, non sto semplicemente testando un software di guida. Sto navigando all’interno del mio stesso archivio di ricordi e sogni irrealizzati. Il motore grafico scavalca la barriera del monitor e bombarda i sensi, evocando le atmosfere urbane e rurali che ho sognato per decenni attraverso i riflessi di un tubo catodico. La precisione millimetrica con cui sono stati modellati i mostri sacri della cultura JDM e la fisionomia mozzafiato delle strade dimostrano una sensibilità straordinaria da parte degli sviluppatori. Questa scelta estetica disarticola ogni mia velleità di distacco professionale, costringendomi a gettare la maschera del critico imparziale per godermi un trionfo che parla direttamente alla mia storia.

Il battito cardiaco di Tokyo: il suono del Sol Levante
Accendere il motore è solo metà dell’opera. L’altra metà consiste nel sintonizzare la frequenza radio esatta, quella capace di trasformare un semplice viaggio autostradale in una sequenza cinematografica da togliere il fiato. Quando Playground Games ha accennato alla selezione musicale, temevo il solito compitino infarcito di pop commerciale occidentale riciclato per l’occasione. Mi sbagliavo di grosso. Gli sviluppatori hanno spazzato via ogni dubbio strutturando un comparto sonoro che evoca l’energia elettrica di un club sotterraneo di Shibuya all’ora di punta.
C’è una stazione in particolare che ha letteralmente monopolizzato le mie sessioni di gioco: si chiama Gacha City Radio. È una delle nove emittenti disponibili ed esprime una vera e propria dichiarazione di guerra culturale. Invece di adagiarsi su una rassicurante e pigra playlist di sottofondo, la selezione aggredisce i timpani con i pesi massimi della scena contemporanea giapponese. Sentire le note dei Yoasobi o la furia controllata delle Babymetal con “Gimme Chocolate!!” (loro si possono ascoltare su Horizon XS, la stazione dedicata a rock e metal. NdPierre) mentre il tachimetro sale oltre i trecento orari genera un’estasi cinetica pazzesca.
La scelta del team di sviluppo non asseconda solo il feticismo per le quattro ruote, ma cuce addosso all’esperienza l’immaginario travolgente degli anime moderni. Brani devastanti come Bling Bang Bang Born dei Creepy Nuts o le tracce incendiarie dei Kana-Boon – che hanno cementato il successo planetario di opere del calibro di Mashle e Jujutsu Kaisen – non fanno da semplice riempitivo. Costringono il battito cardiaco ad adeguarsi al ritmo dei cilindri. Gli sviluppatori avrebbero potuto optare per una colonna sonora generica, piatta, priva di spigoli. Hanno preferito invece rischiare, agganciando la cultura pop odierna per ancorare l’esperienza automobilistica alla realtà vibrante del Giappone contemporaneo. E pensare che questa è solo una frazione dell’offerta complessiva; le altre otto stazioni radio spalancano le porte a mondi sonori altrettanto densi, creando un ecosistema acustico che amplifica l’ossessione visiva che scorre su schermo.

Un diorama perfetto: la verticalità del sogno nipponico
Quando si spalanca la mappa di Forza Horizon 6, l’illusione geografica si trasforma in un trionfo monumentale. Gli sviluppatori hanno rinunciato alla rigida precisione cartografica per confezionare un best of ideale, un montaggio cinematografico che condensa l’immensa varietà del Sol Levante in un territorio ad altissima densità e, soprattutto, caratterizzato da una verticalità mai vista prima all’interno della saga. È un affresco incredibile. Si passa senza soluzione di continuità dal cemento brutale e dalle strade del centro di Tokyo City, con le insegne luminose che graffiano la carrozzeria, fino alle vette innevate delle Alpi Giapponesi, dove l’asfalto cede il passo al ghiaccio e alla solitudine delle grandi altitudini.
La cura con cui sono stati plasmati i confini spaziali evoca l’architettura utopica di certi capolavori cinematografici, dove la metropoli ipertecnologica convive a stretto contatto con la natura selvaggia. Sfrecciare lungo i tracciati leggendari ispirati al celebre C1 loop nel cuore della notte, per poi ritrovarsi pochi minuti dopo a fendere i viali alberati di Gingko Avenue completamente tinti d’oro, provoca un’autentica vertigine sensoriale.
Ma la vera magia si compie quando la strada inizia a inerpicarsi verso l’alto. I passi montani, modellati prendendo a piene mani dal mito di vette sacre per ogni appassionato di motori come il monte Haruna (il leggendario “Monte Akina” di Initial D!! NdPierre) o la tormentata Bandai Azuma, costringono a ridisegnare completamente l’approccio alla guida. I tornanti artigliano i fianchi della montagna, la nebbia inghiotte i fari e l’altimetria diventa un avversario spietato. Questa compressione totale non risulta mai artificiale o forzata; al contrario, esalta la fisionomia mozzafiato di una nazione straordinaria, trasformando ogni singolo chilometro in una scoperta che squarcia lo schermo.

L’ossessione del collezionismo tra fienili e cartoline
Questa medesima filosofia travolgente si riversa intatta sulla valanga di attività secondarie che bersaglia il parabrezza. Spesso, nei giochi open world contemporanei, di guida o altro, la mappa finisce per trasformarsi in una metodica e fredda lista della spesa digitale, un mero pretesto per costringere chi gioca a spuntare icone tutte uguali per il gusto di farlo. Qui accade l’esatto contrario. Ogni evento, dalle Escursioni più impervie e verticali fino alle spazzolate millimetriche del Club di drifting, si incastra in modo incredibilmente organico nel tessuto del mondo di gioco, alimentando una dipendenza genuina che incolla al sedile. Non c’è la minima traccia di noia burocratica (Ubisoft, prendi nota. NdPierre).
La progressione sprona all’esplorazione pura, premiando lo sguardo e la memoria storica del guidatore. La caccia alle auto da collezione legate alle fotografie ne è l’esempio perfetto: scovare un modello specifico basandosi esclusivamente su un indizio visivo fortemente iconico, magari con lo sfondo geometrico del Rainbow Bridge di Tokyo che taglia il cielo, trasforma il viaggio in un autentico rito. È la tempesta perfetta: ci si imbatte in un’auto iconica e la si collega inconsciamente con quello specifico luogo in cui la si recupera, spettacolarizzando il ritrovamento in maniera elegantissima.
Sia chiaro, l’intera impalcatura legata alla fotografia virtuale costituisce una declinazione del gioco che non mi appartiene minimamente. Chi mi conosce sa bene che concepisco la lamiera solo quando urla in movimento; l’idea di inchiodare i freni, spegnere i cilindri e perdere mezza serata a regolare la lunghezza focale o l’esposizione mi evoca la stessa frustrazione del fotografo naturalista costretto all’immobilità in un capanno per ore, in attesa del passaggio di un volatile. Preferisco guidare, non fare foto. Eppure, persino a me risulta impossibile ignorare la cura maniacale che gli sviluppatori hanno riversato nei Photography spots sparsi per la mappa. Forza Horizon 6 non si limita a inserire un photo mode avanzato, ma edifica veri e propri santuari dell’estetica visiva. Ci sono scorci di Tokyo dove il riflesso dei neon taglia la carrozzeria con la precisione cinematografica di una pellicola di Michael Mann, e santuari rurali avvolti dalla rugiada mattutina dove la luce del Sol Levante (letteralmente) filtra tra i cedri creando composizioni degne di una tela d’autore. Per la legione di esteti digitali che popola i server, gente capace di buttare intere ore a calibrare l’apertura del diaframma per catturare lo scatto definitivo, questa mappatura di punti panoramici scatenerà una dipendenza assoluta. È una concessione monumentale al feticismo dell’immagine che inchioderà allo schermo chiunque ami congelare il tempo invece di consumarlo a tavoletta.
Lo stesso fascino ancestrale avvolge la ricerca dei classici fienili, un caposaldo di Forza Horizon. Trovare una gemma automobilistica dimenticata e coperta di ruggine, nascosta sotto una vecchia tettoia rurale tra i campi di riso della prefettura di Kyoto o in una baracca nascosta in qualche bosco ai lati di una stradina sterrata di montagna, evoca una strana e potente poesia. È una celebrazione del restauro che restituisce dignità meccanica a metalli altrimenti destinati all’oblio. Playground Games è riuscita a rendere divertente, magnetico e coeso ogni singolo frammento di gioco, cancellando totalmente la sensazione di lavoro e sostituendola con il piacere primordiale della scoperta, del collezionismo più sfrenato e, perché no, del turismo virtuale.

Sul filo del rasoio: la fisica del controllo
Il timore strisciante quando si affronta un nuovo capitolo di una saga così longeva è sempre lo stesso: la paura che gli sviluppatori abbiano annacquato la formula magica per rincorrere l’accessibilità a tutti i costi. Fortunatamente, Playground Games non ha tradito le aspettative. Il modello di guida si conferma quel miracolo ingegneristico capace di posizionarsi esattamente nel punto di equilibrio perfetto tra la spettacolarità immediata dell’approccio arcade e la precisione punitiva della simulazione. Tutto funziona in modo semplicemente impeccabile, ereditando la straordinaria solidità strutturale che ha fatto la fortuna dei predecessori.
La parzialità emotiva di questa mia recensione non mi impedisce di riconoscere la straordinaria raffinatezza tecnica applicata al comportamento delle singole vetture. Non esiste l’effetto fotocopia. Quando impugno il pad e mi lancio lungo i tornanti, avverto istantaneamente la fisionomia meccanica di ogni mezzo.
Guidare una leggera trazione posteriore giapponese degli anni novanta come le Mazda Mx5 o Rx7 lungo i passi montani richiede una gestione dei pesi e una parzializzazione del gas che non hanno nulla a che spartire con la brutalità rozza di una muscle car americana o l’aderenza quasi magnetica di una hypercar moderna a trazione integrale. Ogni veicolo possiede una propria identità tangibile, un timbro dinamico che si trasmette direttamente alle dita attraverso le vibrazioni del controller.
Ma il vero godimento per un malato di motori come me esplode nel momento in cui si mette mano all’officina. Il sistema di elaborazione non si limita a modificare i numeri su una schermata di riepilogo; stravolge l’anima profonda della vettura. Ogni singolo componente modificato – che si tratti di un assetto da corsa regolabile, di un differenziale a slittamento limitato o di un turbocompressore maggiorato – scarica i suoi effetti direttamente sulla strada. Modificare la pressione delle gomme o la rigidezza delle barre antirollio per adattare le vetture del mio parco auto alle pendenze assassine dei passi montani trasforma radicalmente l’esperienza. Senti lo pneumatico che artiglia l’asfalto con una fame diversa, avverti il posteriore che allarga la traiettoria proprio come te lo aspetti, premiando l’istinto e la conoscenza meccanica del guidatore senza mai risultare frustrante. È la celebrazione definitiva del tuning, dove ogni ora passata a smanettare sui rapporti del cambio trova una giustificazione immediata non appena le ruote tornano a lottare contro l’asfalto bagnato e la ghiaia.

L’orizzonte infinito del Sol Levante
Mettere insieme tutti i tasselli di questo mosaico scatena una consapevolezza disarmante. Playground Games non ha semplicemente confezionato un sequel o, riducendo il tutto ai minimi termini, un videogioco; ha edificato un monumento interattivo capace di incapsulare l’essenza stessa di una fascinazione culturale, la mia, che dura da decenni. La verticalità mozzafiato delle Alpi Giapponesi, l’elettricità pop di una colonna sonora che bombarda i timpani e la solidità d’acciaio di un modello di guida strabiliante si fondono in un’unica, travolgente sinfonia meccanica. È un’opera monumentale che azzera la distanza tra il monitor e l’anima di chi stringe il volante.
All’interno di questa titanica impalcatura trova spazio anche una componente che, lo ammetto senza troppi giri di parole, non rientra minimamente tra le mie priorità personali quando salgo a bordo di una vettura. Chi mi conosce sa quanto io sia avverso al multiplayer (specialmente andando avanti d’età…) e preferisca la solitudine sacrale del Touge, l’intimità di una corsa notturna avvolta nella nebbia per inseguire i miei fantasmi e i miei ricordi d’infanzia. Eppure, l’obiettività giornalistica mi impone di riconoscere l’eccellenza dell’infrastruttura di rete che sorregge l’intera esperienza. Il titolo mette sul piatto una sfilza sterminata di modalità multiplayer, ereditando intatto quel collaudatissimo pacchetto di eventi cooperativi e competitivi che ha decretato il successo dei vecchi capitoli della saga. Che si tratti di sfide clandestine ruota a ruota o di eventi comunitari ad alto tasso di caos, l’intera architettura online funziona alla perfezione, garantendo un codice di rete granitico che disarticola sul nascere qualsiasi incertezza o lag. Anche per chi concepisce l’asfalto solo come un terreno di scontro condiviso, il divertimento rasenta la perfezione assoluta.
Resta impresso nella mente un fermo immagine cinematografico, un frammento visivo che nessun parametro tecnico o voto numerico potrà mai quantificare. Il motore che si spegne al minimo, i neon di Shinjuku che si riflettono sulle pozzanghere dell’asfalto bagnato e il ticchettio della pioggia che picchia sul parabrezza di una icona JDM virtuale, parcheggiata vicino allo Shibuya Crossing. Davanti a un simile spettacolo, sorge spontaneo il dubbio se un’opera di questa portata (tecnica e culturale) possa mai essere superata in futuro, o se inconsciamente Playground Games non abbia invece tracciato un confine definitivo, una linea d’orizzonte oltre la quale è rimasta soltanto la nostalgia.
POWER RATING: 10/10
“Un trionfo viscerale e totale che cancella ogni barriera professionale per farsi lettera d’amore alla cultura automobilistica nipponica. Playground Games edifica il suo capolavoro assoluto, un’opera monumentale imperdibile per chiunque abbia la benzina nelle vene.”
PRO
- Il Giappone!
- Mappa monumentale che esalta una verticalità straordinaria tra Tokyo, le Alpi Giapponesi e la geografia delle varie regioni e prefetture nipponiche.
- Selezione musicale contemporanea strabiliante, capace di dettare il ritmo dell’azione.
- Modello di guida e sistema di tuning solidi, profondi e incredibilmente appaganti.
CONTRO
- Dovete detestare le auto con tutto il vostro corpo per non apprezzare un gioco simile.





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