Di Redazione PW83

-Codice Review fornito da Dragonis Games
-Versione Testata: PlayStation 5
-Disponibile per: PlayStation 5, Xbox Series X|S, PC (Steam)
-Sviluppatore: Ares Dragonis
-Publisher: Dragonis Games

Cthulhu e l’Orrore Cosmico sono la moda del momento, e The Shore ci porta su un’isola decisamente… Lovecraftiana.

Viviamo su una placida isola di ignoranza in mezzo a neri oceani di infinito, e non è mai stato nostro destino viaggiare lontano” – Il richiamo di Cthulhu, H.P. Lovecraft, 1928. L’incubo di THE SHORE parte esattamente da qui, dal concetto esposto in quella citazione. Andrew, il protagonista, approda su un’isola che sembra sputata fuori da un incubo di Lovecraft mentre cerca la figlia scomparsa, un pretesto che si trasforma rapidamente in una discesa agli inferi senza ritorno. Non si tratta del solito paradiso tropicale: questo è un lembo di terra maledetto, dove il mare agisce come un muro nero pronto a schiacciare ogni speranza sotto il peso di segreti millenari. Ares Dragonis punta tutto sulla sensazione di piccolezza umana di fronte a divinità indifferenti e gigantesche. L’ambientazione non funziona come un semplice sfondo, ma come un organismo che respira e respinge l’intruso. Si avverte una pressione costante, come se l’aria stessa fosse troppo pesante per i polmoni di un comune mortale.

L’impatto visivo è potente, quasi violento. Il design attinge a piene mani dal surrealismo e dal gotico, creando scenari che sembrano usciti da un quadro malato. Statue ciclopiche bucano il cielo, le geometrie sfidano le leggi della fisica e l’uso delle luci gioca a nascondino con mostruosità innominabili. Camminare su questa spiaggia significa accettare che la bussola interiore sia ormai inutile. L’opera costringe a guardare in alto, verso entità che nemmeno si accorgono del passaggio umano, riducendo l’individuo a un insignificante insetto. È un tipo di orrore che non cerca lo spavento facile, ma punta a logorare i nervi con la pura maestosità dell’ignoto.

Tuttavia, quando si smette di ammirare il panorama e si inizia a giocare davvero, l’incantesimo rischia di spezzarsi. THE SHORE nasce come un walking simulator, una scelta che si sposa perfettamente con l’idea di impotenza cosmica. I problemi arrivano quando gli sviluppatori decidono di aggiungere meccaniche da survival horror più classico. Fasi di inseguimento e piccoli combattimenti contro creature fatte di poligoni si incastrano spesso nello scenario. È un peccato, perché la tensione costruita nei momenti di silenzio svanisce non appena Andrew deve correre goffamente o usare artefatti alieni per difendersi. Sembra quasi che l’autore avesse paura di annoiare, inserendo dosi di azione che però risultano legnose e fuori contesto.

Il contrasto tra l’ambizione artistica e i limiti tecnici è evidente. Mentre i modelli delle creature sono spettacolari, dettagliati in modo quasi ossessivo con tentacoli e fauci ripugnanti, i controlli sono spesso imprecisi. Le hitbox non perdonano e morire perché il personaggio non risponde come dovrebbe trasforma il terrore in pura frustrazione. Anche i puzzle non aiutano: si tratta spesso di allineare simboli o cercare chiavi in modo molto meccanico. Risulta quasi ridicolo doversi fermare a risolvere un rompicapo logico mentre intorno il mondo sta letteralmente collassando sotto il peso di divinità antiche e innominabili. La logica matematica di Andrew stona con la follia irrazionale che l’isola trasmette.

Visivamente però, l’esperienza lascia il segno. L’uso dei colori è magistrale: non si limita al buio pesto, ma esplode in tonalità acide, viola cosmici e verdi neon che aggrediscono la vista. È un modo efficace per mostrare la corruzione mentale del protagonista. Andrew parla spesso da solo, commentando ogni scoperta con un tono forse troppo teatrale, che a volte rompe quel senso di isolamento che il sound design costruisce. Se il gioco avesse puntato di più sul silenzio e sulla narrazione ambientale, l’impatto sarebbe stato ancora più devastante. Sentire la voce costante del protagonista è come avere qualcuno che tiene la mano in un tunnel dell’orrore: ricorda che è solo un gioco, quando invece il desiderio sarebbe quello di perdersi nel vuoto siderale.

La gestione del ritmo è un altro punto debole. La prima parte è lenta, meditativa, perfetta per assorbire l’angoscia della scogliera. Poi, improvvisamente, tutto accelera. L’ultimo atto appare compresso, una corsa frenetica verso il finale che non lascia il tempo di elaborare quello che sta succedendo. Si passa dall’esplorazione pura a una serie di situazioni caotiche che sembrano appartenere a un altro titolo. Questa fretta di chiudere i conti rovina la progressione emotiva, trasformando quello che deve essere un climax epico in un disordinato accumulo di eventi.

Nonostante questi passi falsi, THE SHORE ha un cuore nero che pulsa. I momenti migliori sono quelli di pura inazione, quando ci si ferma a guardare una creatura mastodontica che emerge dalle nubi, totalmente incurante dell’esistenza umana. Lì il gioco raggiunge vette di poesia macabra incredibili, ricordando che la vera paura non viene da ciò che si può sconfiggere, ma da ciò che non si può nemmeno comprendere. È un’opera che vive di contraddizioni: bellissima da vedere, ma spesso faticosa da manovrare. Un viaggio che affascina per l’audacia estetica, ma che viene frenato da scelte di design troppo datate o poco coraggiose.

L’approdo su console porta con sé tutto il carico di un’atmosfera visiva che non ammette sbavature. In un titolo così legato alla suggestione estetica, ogni incertezza tecnica rischia di distruggere istantaneamente il senso di immersione. Fortunatamente, il lavoro di Ares Dragonis splende nei suoi momenti più contemplativi, laddove la tecnologia riesce a sorreggere una visione artistica che non accetta compromessi. È qui che THE SHORE trova la sua vera identità, tra le pieghe di una realtà che si sgretola e lascia spazio a una verità inaccettabile.

Alla fine, THE SHORE resta un esperimento interessante, una cartolina dall’abisso che lascia addosso, però, una strana sensazione di vuoto. Ricorda che siamo polvere e che, là fuori, ci sono occhi che non dormono mai. Ma una volta spento lo schermo, resta solo il rumore del mare e la consapevolezza che alcune porte sarebbe meglio lasciarle chiuse per sempre. L’umanità non è pronta per certe scoperte. Il vuoto osserva in silenzio.

POWER RATING: 6.5/10
“Un incubo visivo mozzafiato che purtroppo inciampa su se stesso a causa di meccaniche d’azione legnose e puzzle troppo banali per il contesto.”

PRO

  • Estetica e design dei mostri semplicemente eccezionali
  • Atmosfera lovecraftiana resa con rara potenza visiva
  • Sound design che scava nella testa del giocatore

CONTRO

  • Controlli e fasi action spesso frustranti
  • Enigmi scontati che spezzano il coinvolgimento
  • Ritmo della parte finale troppo accelerato e caotico

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