Di Redazione PW83

-Codice Review fornito da Z-Software
-Versione Testata: Xbox Series X
-Disponibile per: PlayStation 5, Xbox Series X|S, PC (Steam)
-Sviluppatore: Dustwind Studios
-Publisher: Z-Software

Da Z-Software, un nuovo strategico a tema post-apocalittico!

L’odore di ruggine e sabbia non si cancella facilmente dalla pelle, nemmeno quando è filtrato attraverso uno schermo. Dustwind: Resistance piomba sulle piattaforme domestiche come un reperto archeologico riportato alla luce dopo decenni di oblio, portando con sé la polvere di un genere, quello dei tattici in tempo reale, che sembrava aver smarrito la propria bussola morale. Il titolo scuote le fondamenta di una modernità videoludica spesso troppo accomodante, trascinando chi impugna il controller in un tunnel di sopravvivenza dove l’errore non è una possibilità, ma una certezza matematica. Non si tratta di un semplice divertissement post-apocalittico, quanto piuttosto di un esercizio di resilienza che obbliga a fare i conti con la propria inadeguatezza tattica e con un sistema di controllo che sembra remare costantemente contro l’utente.

La terra che calpestano i protagonisti ricorda la desolazione silenziosa di certi scatti di Edward Burtynsky, dove il rifiuto industriale smette di essere scarto e diventa paesaggio, architettura del nulla. Al centro della vicenda troviamo Sultana, una donna privata della sua comunità e della sua bambina, rapita da una fazione spietata che, con amara ironia, si fa chiamare Resistance. Qui risiede il primo paradosso: la resistenza del titolo non è quella del giocatore, ma il nome dell’oppressore. La narrazione non si poggia su lunghi monologhi o spiegazioni didascaliche; traspira dai muri scrostati e dalla disperata economia di ogni singolo proiettile. È un racconto che si scrive col sangue sul terreno, privo di quella patina eroica che spesso edulcora il genere, focalizzato interamente su una vendetta cruda che non lascia spazio a sottigliezze morali.

Il sistema di combattimento agisce come un meccanismo d’orologeria inceppato. Dustwind: Resistance sceglie la strada tortuosa del tempo reale con pausa tattica, una soluzione che su console solleva interrogativi immediati sulla gestione dei comandi. Il porting tenta di domare la complessità nata per il mouse attraverso un sistema di puntatore virtuale mosso dalla levetta analogica, una scelta che si rivela fallimentare nel pieno dell’azione. Muovere Sultana, il suo fedele cane Diesel e gli altri membri della squadra richiede una coordinazione che assomiglia a quella di un musicista che prova a suonare uno strumento scordato. La lentezza intrinseca del cursore su schermo impedisce quella reattività necessaria per sopravvivere alle imboscate più feroci, trasformando la pianificazione in un esercizio di frustrazione motoria.

La progressione del personaggio non segue i binari rassicuranti degli alberi delle abilità preconfezionati, offrendo invece una libertà che sa di bricolage disperato. Eppure, questa profondità viene costantemente sabotata da un’interfaccia utente che sembra odiare chi gioca da un divano. Le icone sono minuscole, i testi risultano quasi illeggibili senza avvicinarsi fisicamente al televisore e la navigazione tra i menu per la gestione dell’inventario è inutilmente macchinosa. Ogni punto speso in una statistica richiede una pazienza che va oltre il semplice interesse ludico, trasformando la crescita della protagonista in un compito burocratico opprimente. La mancanza di un’ottimizzazione reale per lo spazio visivo delle console è una macchia che oscura le pur buone intenzioni di un sistema di personalizzazione stratificato.

L’intelligenza artificiale dei compagni e dei nemici oscilla tra la catatonia e il desiderio suicida. Non è raro vedere i propri alleati camminare dritti verso un incendio o calpestare mine chiaramente visibili, vanificando minuti di attenta esplorazione. Di contro, i membri della Resistance mostrano talvolta una precisione balistica soprannaturale, capace di punire il giocatore anche quando si trova dietro coperture apparentemente solide. Questa gestione erratica del comportamento dei personaggi trasforma la difficoltà da una sfida stimolante in un’ingiustizia algoritmica, dove il trial and error diventa l’unica via per superare missioni che, in teoria, dovrebbero premiare l’astuzia tattica piuttosto che la perseveranza contro i bug di sistema.

Visivamente, l’opera non cerca la gloria del fotorealismo, preferendo rifugiarsi in un’estetica che richiama il cinema di genere degli anni Settanta e Ottanta. La scelta cromatica, dominata dai toni della terra e del metallo ossidato, evoca una sensazione di claustrofobia pur trovandosi in spazi aperti. Tuttavia, l’assenza totale della componente multigiocatore e dell’editor di mappe su console riduce drasticamente l’offerta rispetto alla versione originale. Restano la campagna principale e la modalità skirmish, ma la sensazione di trovarsi davanti a un prodotto amputato di alcune sue parti vitali è persistente. È una mutilazione che pesa sul valore complessivo, specialmente quando unita a una realizzazione tecnica che non brilla per fluidità, con animazioni legnose che ricordano produzioni di due decenni fa.

La gestione delle risorse rimane l’elemento che davvero disarticola ogni velleità di onnipotenza, ma anche qui il design inciampa in una logistica punitiva. Lo spazio limitato negli zaini e la necessità di trasportare materiali pesanti costringono a continui viaggi a ritroso verso i veicoli, spezzando un ritmo di gioco già di per sé letargico. Quando finalmente si ottiene un mezzo di trasporto, la speranza di una maggiore agilità viene soffocata da comandi ancora più imprecisi di quelli a piedi. Manovrare un furgone corazzato nel deserto diventa un calvario di collisioni errate e incastri millimetrici contro elementi dello scenario che appaiono come ostacoli insormontabili.

C’è una strana onestà in Dustwind: Resistance, la stessa che si trova in certi B-movie che non chiedono scusa per la loro sporcizia produttiva. Non finge di essere quello che non è, ma fallisce nel tentativo di farsi capire da un pubblico nuovo. La mancanza di un tutorial esaustivo — nonostante la sua eccessiva lunghezza iniziale — lascia molti aspetti fondamentali nell’ombra, costringendo a un apprendimento empirico che sa più di punizione che di scoperta. Chi cerca un’esperienza rilassante farebbe meglio a guardare altrove; qui si viene per soffrire, per calcolare, per fallire e per imprecare contro un puntatore che non raggiunge mai l’obiettivo nel tempo richiesto dalla situazione.

La polvere si deposita lentamente, coprendo i resti di una battaglia che nessuno ricorderà. Il mondo di Sultana continua a girare, indifferente ai vostri sforzi e alle limitazioni tecniche di un software che sembra non voler essere domato. Resta solo l’immagine di una donna che corre nel nulla, inseguendo un fantasma in un deserto di pixel che non concede alcuna grazia, lasciando il dubbio se la sopravvivenza sia davvero una vittoria o solo un altro giorno di condanna in un’apocalisse che ha dimenticato come essere divertente.


POWER RATING: 5.0/10
Un’esperienza tattica cruda che naufraga sotto il peso di un porting console svogliato e privo di ergonomia. Sebbene lo spirito dei classici del genere sia presente, l’interfaccia illeggibile e il sistema di puntamento virtuale lo rendono un calvario per chiunque non sia dotato di una pazienza sovrumana.

PRO

  • Atmosfera post-apocalittica cupa e coerente, capace di evocare i grandi classici degli anni Novanta.
  • Personalizzazione dei personaggi profonda, con diverse classi e specializzazioni interessanti.
  • La presenza di Diesel, il cane, aggiunge dinamiche tattiche uniche e una nota di colore nella desolazione.
  • Prezzo budget che riflette la natura di produzione indipendente e di nicchia.

CONTRO

  • Interfaccia utente disastrosa per l’uso su TV, con testi minuscoli e icone confuse.
  • Sistema di controllo basato su puntatore virtuale che risulta lento e impreciso durante i combattimenti.
  • Intelligenza artificiale alleata e nemica afflitta da comportamenti illogici e suicidi.
  • Totale rimozione delle modalità multigiocatore e dell’editor presenti nella versione originale.
  • Crash tecnici frequenti e animazioni legnose che minano la fluidità dell’esperienza.

Lascia un commento

In voga