Di Redazione PW83

-Codice Review fornito da Assemble Entertainment
-Versione Testata: PlayStation 5
-Disponibile per: PlayStation 5, PC (Steam)
-Sviluppatore: Tainted Pact
-Publisher: Assemble Entertainment

Controlli in stile tank, gestione dell’inventario e inquadrature fisse tornano a dettare legge. Flesh Made Fear sbarca su PlayStation 5!

Il panorama dei survival horror moderni viaggia su due binari distinti. Da un lato ci sono i blockbuster che inseguono l’azione fluida e lo spettacolo a tutti i costi (*cough* Resident Evil Requiem *cough*. NdPierre), dall’altro una nicchia di sviluppatori indipendenti decisi a rimettere al centro della scena l’angoscia e la rigidità degli anni Novanta. Tainted Pact si infila dritto in questo secondo filone con Flesh Made Fear, un titolo che non cerca compromessi moderni ma impone una precisa filosofia della vulnerabilità. Il debutto su PlayStation 5 rappresenta il banco di prova perfetto per capire se questa impostazione rigida funzioni ancora su console o se rischi di trasformarsi in un ostacolo insormontabile.

L’incipit non perde tempo in preamboli accomodanti. Il giocatore prende il controllo di un’unità speciale, la Reaper Intervention Platoon (R.I.P. NdPierre), inviata a fermare i folli esperimenti bio-esoterici del dottor Victor Ripper. Quello che inizialmente sembra il classico copione da film d’azione di serie B devia rapidamente verso territori molto più cupi. La cittadina remota in cui comincia l’indagine e la successiva transizione all’interno di una villa riadattata a laboratorio non sono semplici sfondi statici. L’architettura degli spazi cambia pelle con il passare delle ore, modificando l’illuminazione e accentuando il degrado visivo per restituire l’idea di una discesa progressiva nell’oscurità.

La narrazione sceglie la via della sottrazione. Non ci sono sequenze animate ridondanti o spiegazioni didascaliche a interrompere il ritmo; la progressione costringe a ricostruire l’ossessione del dottor Ripper raccogliendo note sparse, nastri audio disturbati e iscrizioni criptiche sui muri. Questa scelta valorizza l’esplorazione, trasformando ogni documento nel tassello fondamentale di un mosaico malato. Il design delle creature affrontate esplicita questa filosofia in modo brutale. Non ci si trova davanti a minacce aliene o mostri colossali, ma a corpi umani distorti, escrescenze anatomiche e suture evidenti che testimoniano il fallimento biologico degli esperimenti. L’orrore non cerca lo spavento facile, ma scaturisce dalla vista della carne modificata in modo innaturale. C’è però da far notare una cosa: il dove troverete queste note, ovvero dentro a tronchi cavi dalle fattezze di un viso umano. A rendere il tutto più… bizzarro (idiota é un termine forte. NdPierre) è il fatto che per raccoglierli dovrete risolvere dei…Quick Time Event, premendo tasti a tempo. Onestamente? Abbiamo detestato questa cosa.

Barry? Sei tu?

Il fulcro dell’esperienza risiede nella gestione delle due campagne disponibili. La scelta iniziale tra Jack e Natalie non si limita a una variazione di statistiche, ma modifica l’approccio strategico alla sopravvivenza e i punti di vista sulla storia. Jack incarna il braccio armato del gruppo: la sua resistenza fisica superiore gli permette di incassare traumi pesanti, ma la scarsa capacità dell’inventario impone rinunce costanti sul piano logistico. Al contrario, Natalie sconta una fragilità fisica nei combattimenti ravvicinati, ma vanta un inventario ampliato che la aiuta nell’interazione con i complessi enigmi della villa. Questo dualismo aumenta il valore dei percorsi, spingendo a pianificare la progressione in base al personaggio scelto.

Sul piano meccanico, la versione PlayStation 5 adotta un modello che spiazza le abitudini contemporanee. Il sistema di movimento recupera i controlli in stile tank, una scelta che spezza la fluidità dell’azione e toglie al giocatore qualsiasi illusione di onnipotenza atletica. Muoversi richiede calcolo, e le inquadrature, che alternano telecamere fisse a lenti movimenti panoramici, nascondono deliberatamente le minacce dietro gli angoli ciechi dello schermo. Questa impostazione si sposa con una gestione rigorosa dell’inventario, che si rivela drammaticamente stretto. Decidere se occupare uno spazio con un caricatore extra o con un kit medico non è un dettaglio da poco, ma la linea di demarcazione tra la sopravvivenza e il fallimento.

La tensione viene alimentata da un’intelligenza artificiale imprevedibile, capace di passare da scatti di ferocia improvvisa a momenti di totale e disturbante immobilità. La mira volutamente pesante e l’assenza di indicatori visivi moderni trasformano ogni scontro a fuoco in un dilemma logistico, dove la fuga o l’aggiramento del pericolo diventano spesso decisioni migliori rispetto allo spreco di munizioni. Gli enigmi integrati nella villa evitano la trappola dell’astrazione pura tipica di certi classici del passato. L’attivazione di meccanismi o il ritrovamento di oggetti rituali obbediscono (quasi) sempre a una logica contestuale ben precisa, inserendosi nella planimetria degli ambienti e giustificando la paranoia che regola l’intera avventura.

CAPITOLO BONUS: “Mamma, mi compri Resident Evil?” “NO! Ce lo abbiamo a casa.” – La sottile linea tra tributo e plagio.

Il fascino dei grandi classici esercita un’attrazione magnetica inevitabile, ma la tendenza a confondere la venerazione con la ricalcatura pedissequa genera spesso mostri di pigrizia concettuale. Un conto è respirare le atmosfere del passato per rielaborarle con una sensibilità moderna, un altro è attivare un letterale e sfacciato copia-incolla di elementi iconici. Flesh Made Fear, purtroppo, scivola pericolosamente in questa seconda categoria con una frequenza disarmante. La struttura a due campagne separate strizza l’occhio alle produzioni di Raccoon City, mentre l’acronimo della squadra R.I.P. ricalca in modo fin troppo scoperto l’eredità della S.T.A.R.S. o del corpo di polizia cittadino. Il culmine di questa operazione di clonazione si raggiunge tuttavia con i costumi sbloccabili extra: le uniformi alternative destinate a Jack e Natalie non sono semplici omaggi, ma repliche esatte dei vestiti storici indossati da Chris Redfield e Jill Valentine nell’originale Resident Evil. L’unica differenza? Invece del basco di Jill, Natalie indossa un cappellino da baseball. Questa attitudine ricorda da vicino certe operazioni del cinema d’azione orientale a basso budget degli anni Ottanta, dove si riproducevano scenografie e locandine dei successi hollywoodiani sperando che il riflesso della gloria altrui bastasse a coprire i difetti della propria pellicola. C’è un confine netto tra la citazione elegante e l’esibizione sfacciata di elementi d’archivio usati come esca per i nostalgici; un difetto di personalità che rischia di trasformare un’esperienza ludica altrimenti solida in un mero esercizio di ricalco scolastico.

Il comparto visivo su console sfrutta l’hardware per restituire una direzione artistica sporca e cruda, dominata da texture realistiche, ombre marcate e spazi carichi di dettagli sgradevoli. Si nota un distacco netto dalle estetiche pulite e lucide della modernità a favore di un realismo cupo, che usa l’oscurità come elemento vivo del gameplay. Il sonoro compie un lavoro parallelo altrettanto rigoroso, optando per il silenzio quasi sistematico. La musica interviene solo per sottolineare le situazioni più critiche attraverso sonorità metalliche e frequenze dissonanti, lasciando che il peso dell’atmosfera venga sorretto dai rumori ambientali: passi lontani, il respiro affannato dei protagonisti o lo scricchiolio sinistro del legno. Il porting dimostra un’eccellente stabilità tecnica, garantendo tempi di caricamento ridotti e una pulizia dell’immagine che esalta i contrasti cromatici senza snaturare l’ispirazione low-poly originale.

La rigidità dei comandi e la severità nel centellinare i punti di salvataggio configureranno inevitabilmente questo titolo come un oggetto estraneo per chi è abituato alla fluidità assoluta dei giochi attuali. Il valore della produzione risiede tuttavia proprio in questa assenza di compromessi commerciali. Tainted Pact plasma un’esperienza tattile e cerebrale che restituisce al concetto di paura la sua reale e originaria lentezza.

POWER RATING: 8.0

“Flesh Made Fear arriva su PlayStation 5 come un rigoroso e perlopiù riuscito atto di devozione verso il survival horror classico, capace di convertire la pesantezza dei comandi e l’oppressione delle inquadrature fisse in autentici strumenti di tensione psicologica…esattamente come i classici a cui si ispira.”

PRO

  • Gestione delle due campagne ben differenziata tra Jack e Natalie.
  • Direzione artistica sporca e comparto sonoro dominato da silenzi angoscianti.
  • Enigmi ambientali coerenti e perfettamente integrati nella narrazione.

CONTRO

  • La rigidità dei controlli tank potrebbe respingere il pubblico meno paziente.
  • Inserimento insensato di Quick Time Event per la raccolta dei documenti ambientali.
  • Plagio dei costumi e di alcuni stilemi fin troppo sfacciato e privo di guizzo autoriale.

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